Albania – l’esodo dimenticato di marzo
Il Monumento al Marinaio d’Italia domina il porto di Brindisi nella quiete della notte, con le luci che si riflettono sull’acqua creando un’atmosfera suggestiva. foto TG
Memoria e storia nelle parole di Gezim Kabashi
Un ricordo che completa la memoria collettiva dell’esodo albanese verso l’Italia
L’esodo di agosto nella memoria italiana
Quando si parla dell’esodo degli albanesi verso l’Italia, la memoria collettiva richiama quasi sempre l’esodo di agosto, quello che più di tutti è rimasto impresso nelle immagini e nelle pagine dei libri di storia, almeno per gli italiani, perché causò un vero cataclisma politico a livello regionale e nel rapporto con il governo nazionale. Un momento di forte tensione istituzionale in cui un sindaco si ritrovò improvvisamente sulle pagine dei giornali italiani, quasi sotto accusa dopo le dichiarazioni del Presidente della Repubblica italiana di allora.
Il valore storico dell’esodo di marzo
Eppure, accanto a quell’evento simbolico, esiste un altro momento fondamentale che merita di essere ricordato e raccontato: l’esodo di marzo.
Proprio in questi giorni di marzo, come ricorda l’autore Gezim Kabashi dalle colonne di DurresLajm, migliaia di persone attraversarono il mare Adriatico spinti da speranza, necessità e coraggio. Non fu un esodo concentrato in una sola grande nave o in un unico momento spettacolare, ma un movimento più silenzioso, spesso frammentato in tante piccole imbarcazioni. Proprio per questo, forse, è rimasto meno visibile nella memoria pubblica.
Il viaggio tra speranza e ignoto
Quelle barche portavano con sé non solo persone, ma anche storie, sogni e paure. Uomini e donne che prima hanno coltivato la speranza, poi hanno trovato il coraggio di partire, e infine hanno affrontato l’ignoto. Quel tratto di mare tra Albania e Italia, che geograficamente separava due sponde vicine, diventò improvvisamente una via reale di passaggio, un ponte fragile ma decisivo verso un futuro diverso.
La memoria dei piccoli eventi che fanno la storia
Ricordare questo esodo significa anche riconoscere il valore della memoria storica. La storia non è fatta soltanto di grandi eventi spettacolari, quelli che trovano spazio nei manuali e nelle cronache ufficiali. È fatta anche di piccoli gesti, di scelte individuali, di viaggi silenziosi compiuti da persone comuni che, senza saperlo, contribuiscono a cambiare il corso degli eventi.
Il lavoro e il richiamo alla memoria proposto da Gezim Kabashi è quindi prezioso. Riportare alla luce queste vicende significa restituire dignità alle storie di chi ha attraversato quel mare con la speranza nel cuore e l’incertezza davanti agli occhi. Significa anche mantenere viva la memoria di un luogo e di un tempo che hanno segnato profondamente la storia recente delle due sponde dell’Adriatico.
Conservare e tramandare queste storie è un dovere culturale e umano. Solo attraverso la memoria e la consapevolezza storica possiamo comprendere davvero il passato e trasmettere alle nuove generazioni il valore delle esperienze vissute da chi ha avuto il coraggio di partire.
